mercoledì 1 ottobre 2014

QUESTA VOLTA PARLIAMO DI DISOCCUPAZIONE

In un momento come questo, dove le cose non vanno bene è difficile parlare di disoccupati e fabbriche che chiudono. Allora siamo leggeri VI PRESENTO UNO STRALCIO DEL LIBRO
IL DISOCCUPATO DOC ( ovvero l'arte di non fare niente) BUON DIVERTIMENTO

1 Il disoccupato doc

«Enzo... Enzo... sono le nove» disse l’anziana donna, appena aprì la porta della stanza da letto. Ma non avanzò. Aspettò che ci fosse una risposta; poi quando vide che suo figlio si metteva ancora più sotto le lenzuola, capì che avrebbe fatto bene a chiudere la porta senza far rumore.Enzo, invece, s’era già svegliato, ma non voleva essere disturbato; sapeva che erano perlomeno le nove e mezzo. Sua madre voleva imitare Eduardo[1], e diceva ogni santo giorno: sono le nove. Avrebbe detto che erano le nove anche se fossero state le undici del mattino. Ormai Enzo non ci faceva più caso. Sapeva solo che il giorno era iniziato da un bel po’ di tempo e che per lui incominciava una nuova giornata di… lotta. Si rigirò nel letto, indeciso se alzarsi o aspettare ancora un altro po’. Tanto non aveva niente da fare. Da quello che riusciva a intravedere dal letto la giornata doveva essere molto assolata. Così,dopo una quindicina di minuti, decise di alzarsi; si avvicinò alla finestra e osservò il cielo.
«Ti ho preparato il latte e il caffè. Ho preso anche dei cornetti[2]» disse premurosa Concetta, la mamma di Enzo, appena lo vide entrare in cucina.
«Ah, bene. E il giornale?» chiese lui.
«Sì. Eccolo. Ho preso Il Mattino» rispose Concetta mentre prendeva il giornale dal piano della cucina.
«Oh, Il Mattino! Perché non hai preso La Repubblica?Lo sai che oggi è giovedì?»
Concetta non rispose, si sentiva un po’ in colpa. Aveva dimenticato che su La Repubblica il giovedì escono gli annunci per la ricerca del personale qualificato nelle industrie o nel terziario. Cercò di replicare, cercò di dire che sarebbe andata dal giornalaio a cambiarglielo, ma Enzo le disse di non preoccuparsi.
Incominciò a bere il latte; poi bagnò il cornetto e se lo mise in bocca. Non era molto buono quel cornetto.
«Ma dove diavolo li hai presi questi cornetti?» chiese,quasi disgustato.
«Li ho presi da Peppe ’o spuorc’[3], al bar vicino al giornalaio.La pasticceria era chiusa».
«Quante volte ti devo dire di non prendere i cornetti da Peppe ’o spuorc’. Lo sai anche tu che non li cuoce bene » disse, un po’ stizzito, Enzo, mettendo via il cornetto,mezzo bagnato.
«Ma, Enzo! È stato così gentile, Peppe. Me li ha regalati.Ha detto che… ecco mi ha ringraziato per il problema di matematica che hai risolto a suo figlio. Me ne ha dati due. Io dico che sono buoni».
Enzo non replicò.
Chiese delle fette biscottate.
Non c’erano fette biscottate.
Chiese del burro e marmellata.
Non c’era burro e marmellata.
«Almeno c’è un po’ di pane?»
Concetta non disse una parola. Sapeva che doveva comprare il burro e la marmellata; non è che ci fossero poi tanti soldi da spendere per questi sfizi. Concetta pensava che suo figlio, il professore, era sfortunato: prima perché non aveva un posto di lavoro, poi perché non riusciva a fare le ripetizioni a qualche figlio di salumiere;così altro che delizie avrebbe comprato per lui. Gli altri potevano anche farne a meno, ma Enzo… no. Non gli doveva mancare niente.
Concetta gli diede il pane. Enzo continuò a mangiare,ma c’era qualcosa che lo disturbava: un rumore.
La causa era: le macchine per cucire. Le sue due sorelle lavoravano da circa tre ore, e avevano, imprudentemente,lasciato la porta aperta. Allora Concetta si allontanò e andò nell’altra stanza.
«Enzo si è svegliato. Sta prendendo il latte. Almeno per un po’… potete smettere di fare rumore?» ammonì l’anziana donna in modo risoluto.
Le due donne, una, Luisa, sui ventisei, e l’altra, Francesca,che poteva avere un ventidue anni, smisero di cucire le lenzuola.
«Hai lasciato la porta aperta, per questo Enzo ha sentito » imprecò Luisa, rivolta alla sorella.
Luisa e Franca erano di professione casalinghe lavoratrici.Prima lavoravano in una fabbrica di scarpe a mettere la colla. Ma dovevano alzarsi di mattina presto, e fare più o meno tre chilometri a piedi per raggiungere il posto di lavoro. Quel lavoro loro avrebbero volentieri continuato a farlo se non fosse stato per il fratello, il professore.
Che figura ci faceva Enzo ad avere le sue due sorelle operaie in una fabbrica? Ne valeva dell’immagine, e allora meglio morire di fame che perdere l’immagine. Fu per questo che si ritirarono. Ora, invece, restavano in casa e pochi sapevano i fatti loro. Lavoravano in clandestinità,in nero. Cucivano “a una tantum”[4] lenzuola: più ne facevano e più guadagnavano.
La più grande Luisa andò subito a preparare i vestiti che suo fratello doveva indossare, mentre l’altra, Franca, chiese se dovesse portare il giornale alla signora Folea. La signora Folea, di nome Sabrina, era la moglie dell’ingegnere. Una donna molto bella, che abitava nel palazzo di stile inizio Novecento, proprio di fronte alla loro casa.
Concetta lavorava presso di lei per dei piccoli lavori domestici e la signora l’aveva incaricata di prendere il giornale ogni mattina e di portare anche dei cornetti. Sabrina sapeva che il giornale lo leggeva prima Enzo, ma non avrebbe detto niente anche se glielo avesse portato alle undici del mattino, così anche per i cornetti. Perché sperava che fosse lo stesso Enzo a portarle quelle cose; magari avrebbe scambiato due parole con il professore.Avrebbe acquistato un po’ di cultura, e avrebbe in tal modo ben figurato, dato che la sua estrazione sociale non è che fosse molto in. Era riuscita a sposare l’ingegnere solo perché era bella e aveva le curve davvero sconvolgenti.
Enzo aveva ventinove anni, ed era un disoccupato “doc” (cioè autentico). Tutti lo chiamavano professore, anche se non aveva mai preso la laurea. Solo perché era stato iscritto all’università di Napoli, alla facoltà di medicina. Ma come si sa, da queste parti, basta che uno sia iscritto all’Università per essere già considerato dottore. E poi Enzo aveva la faccia giusta da intellettuale; con quel suo viso sempre stanco, che sembrava che ti facesse un piacere se ti dava una risposta.
«No. Lascia stare. Glielo porto io il giornale alla signora Folea» disse Enzo.
«E fai bene. Fai bene figlio mio. Hai il modo di parlare».
«Parlare!»
«Sì. Parla. Il marito della signora Folea, lo sai bene, è un alto dirigente della Sip. È un uomo importante. Chissà cosa…»
«Telecom, mamma. Ora si chiama Telecom. Non si chiama più Sip».
«Come? Telecom!… Ma sono i telefoni?»
«Sì, mamma. Sono i telefoni».
«Ah, come sei istruito, figlio mio. Sai sempre tutto. Perché non le parli? Perché non le dici che… Basterebbe una parola del marito, e tu potresti lavorare. Prenderesti uno stipendio. Magari ti potresti sposare».
«Sposare!…»
«E quanto tempo vuoi farti aspettare? Giulia ormai sta avanzando con l’età. Parla con la signora Folea».
«Sì. Hai ragione. Appena ne ho l’occasione le parlerò. Le chiederò se può fare qualcosa per me. Sei contenta ora?» rispose con sufficienza Enzo, quasi volesse stroncare subito quella conversazione.
«Ma certo. Sono contenta. E poi non penso che tu debba per forza stare come gli altri in mezzo alla strada. Tu non sei adatto a fare lavori pesanti e manovalanza pura. Tu sei mio figlio, sei istruito. Sai molte cose. La signora,ne sono convinta, ti troverà un bel posto in ufficio,con la scrivania e l’aria condizionata».
«Sì, mamma. In ufficio. Certo» replicò Enzo.
«Allora… io vado a lavorare. Penso che adesso non ti dà tanto fastidio. No, Enzo?» chiese Franca, che rimase in piedi ad aspettare un o.k.
«Ma riposati un po’. Sempre a lavorare. È dalla mattina che sento quel rumore. Hai così tanta fretta? Pazienta,per favore, ancora un momento; aspetta almeno che esca da casa!» sbraitò Enzo, avviandosi nella stanza da letto,dove c’era sua sorella Luisa.
La madre di Enzo diede un’occhiataccia a sua figlia;quasi la volesse rimproverare per le parole appena dette.
Poi si avviò a seguire la “vestizione” di suo figlio. Franca,invece, voleva cercare di far più lenzuola che poteva: aveva bisogno di soldi. Lei con sua sorella aveva già preso un telefonino per il compleanno di Enzo. Erano riuscite a mettersi in contatto con il venditore abusivo di elettrodomestici, Luigi ’a Cajenna[5]. Questi aveva loro prospettato che avrebbero potuto pagare anche a rate il telefonino. E così lo avevano preso. Lo avevano ben nascosto, ma dovevano pagare le rate. Certo che ’a Cajenna aveva praticato un buon prezzo, ma aveva preteso un alto tasso d’interesse.
Poi magari avrebbero parlato con la signora Folea per allacciare alla rete il telefonino. Erano molto agitate,e spaventate. Questa era l’unica cosa che avevano fatto senza che il fratello fosse intervenuto. Poiché, da quando era morto il padre, Enzo era stato l’unico a interessarsi dei problemi sociali, e di tutte le altre piccole o grandi incombenze che la società attuale richiede.
Poco dopo Franca entrò nella stanza.
«Scusa, Enzo, dimenticavo. Ha telefonato Gaetano ’o sciupafemmine[6]».

nota: Gaetano ’o sciupafemmine, anche lui nel club dei disoccupati, aveva investito tutte le sue risorse sull’acquisto del telefonino. Diceva che così aveva una buona immagine e aveva la possibilità di imboccare la strada giusta:cioè sposare una donna di ricca e agiata famiglia per vivere di rendita e mantenere l’appartenenza al club in eterno.

«Ah, l’uomo con il telefonino. E che voleva?»
«Non lo so. Forse ti aspetta in piazza» balbettò Franca perché aveva dimenticato quello che aveva detto Gaetano.
Enzo uscì da casa, che saranno state le undici, e in pochi minuti si trovò davanti al portone del palazzo dove abitava la signora Folea. La signora lo fece entrare subito.
«Ho portato il giornale. Mi dispiace solo che è Il Mattino;so che le interessa leggere La repubblica» si scusò Enzo.
«Oh, non fa niente. Anzi leggo volentieri Il Mattino perché ci sono notizie interessanti sulla nostra città e sull’intera Campania» disse la signora Folea, sorridendo.
Avrebbe detto la stessa cosa, cambiando naturalmente i riferimenti regionali con quelli nazionali, se Enzo le avesse portato La Repubblica.
«Del caffè?»
«Sì, grazie, ma non vorrei…»
«Oh, non si preoccupi. Lei non disturba mai. E poi Maria lo farà in un momento» disse Sabrina, e con la mano fece un cenno alla cameriera di recarsi subito in cucina.
La signora Folea incominciò a parlare di letteratura. Domandò se fosse conveniente per una signora leggere Il delta di Venere.
«Mi hanno detto che è una scrittura un po’… osé».
«Porno. È pornografia letteraria» replicò Enzo, ben sapendo che quel suo linguaggio franco la metteva in soggezione.
«Porno!…Lei dice che potrebbe essere…»
«Oh, no. Per lei non sarà di certo un problema leggere questo romanzo, anzi, penso che vedrà l’amore da un’ottica diversa. Comunque le consiglio anche di leggere L’arte di amare di Ovidio».
«Contemporaneo?»
«No. Del 44 avanti Cristo».
«Avanti Cristo?»
«Avanti la nascita di nostro signore».
«Sì, certo. Ho capito. E Moravia?»
«Anche Moravia va bene. Un po’ pesante e…» replicò
Enzo, che avvertiva come la signora Folea stesse per intraprendere un filone molto audace.
«Sessuale. Lo so, lo so che Moravia tratta il sesso e che…»
«Oh, no! Non volevo dire questo. Sono certo che lei non avrà problemi a leggere i suoi romanzi, ma credo che non può divorare tutto in una sola volta. Per me dovrebbe andare per gradi».
«Ha ragione. Me lo dice sempre mio marito» disse Sabrina, mentre gli porgeva la tazza di caffè.
Enzo non si trattenne molto, anche perché s’era fatto tardi e aveva un appuntamento con Pasquale ’o sfessato;solo che quando fu fuori del portone, imprecò contro se stesso per non aver ancora una volta parlato con Sabrina del posto di lavoro.
Prestigio.
Ancora solo e sempre prestigio, quello che bloccava Enzo.Gli sembrava di chiedere la carità.
Andava a piedi in piazza, attraversando i vicoli antichi di Belriposo, una piccola città in provincia di Napoli con la solita piazza con molto verde, il campanile, le sue banche,due panchine sistemate in modo che si potesse sempre prendere il sole. Lì c’era un bel po’ di gente. Si rincuorò:non era il solo disoccupato. Era una bellissima giornata di sole, ed Enzo sapeva che il suo amico Pasquale ’o sfessato[7], diploma di Perito industriale, gli aveva certamente tenuto il posto sulla panchina. E infatti…
«Ah, che bella giornata! Me la voglio proprio godere»disse Enzo, dopo essersi seduto sulla panchina.
Pasquale invece era agitato. Non godeva come le altre volte quel sole del… Mezzogiorno.
«Bisogna fare qualcosa. Provare a inventarsi un lavoro,considerato che nessuno te lo dà» disse Pasquale, allargando le gambe e cercando di esporsi per bene ai raggi del sole.
Il professore non gli rispose subito; non aveva tanta voglia di parlare. Già aveva fatto una fatica a rispondergli prima e a sedersi lì per prendere il sole, e poi lui pensava solo a come far lavorare gli altri.
«E allora!. Che hai pensato?»
«…E aspetta un po’. Ti pare che con questa giornata tu devi per forza di cosa pensare al lavoro. Abbiamo così tanto tempo» si degnò di dire Enzo.
«Perché non andiamo a Rimini questa estate?»
Il professore non si mosse, continuò a rimanere in quella posizione con il sole che gl’illuminava la faccia, poi si decise a guardare in viso il suo amico.
«Vuoi andare in vacanza a Rimini… e i soldi,Pasquale? I soldi chi ce li dà?»
«Ma quali soldi! Io intendevo dire di andare a Rimini a lavorare».
«A lavorare! E tu vuoi andare in un posto dove tutti stanno in vacanza per lavorare? Ma!... a fare cosa, poi?»
«I camerieri».
«I camerieri! Eh, sei diventato matto! Ma ti pare che Enzo ’o professore porta le posate, i piatti».
E alzando la voce:« “Professore, mi porti una bistecca”. Sai che sfottò?
Almeno ti fossi inventato un altro mestiere più leggero».
«Ma allora dobbiamo stare qui, senza far niente?»
«E che vuoi di più, Pasquale. C’è questo sole così bello. Godiamocelo finché possiamo. Pensa un po’ alle persone che sono in fabbrica, sotto quei grandi capannoni con tutto quel rumore, la polvere, ecc. ecc. Pensa alle visite mediche che fanno, alla paura se qualche pulviscolo è entrato nei loro polmoni. Pensa che devono tenere gli occhi aperti per non farsi male. Pensa che quando ritornano a casa non trovano un cavolo: il sole, il sole se n’è già andato da un pezzo. Pensa ai lavoratori del Nord.
Così laboriosi, così attaccati al lavoro. Lì fa sempre freddo.
C’è sempre la pioggia, la nebbia. Che fai allora?...
Vai fuori a sederti sulla panchina a prenderti una bella strizza di nebbia. Non conviene più a loro lavorare al
caldo. Ecco spiegato tutto. Se avessero il nostro sole... e il mare, vorrei vedere il Brambilla se resterebbe chiuso in fabbrica. Pensaci, Pasquale, pensaci bene, e capirai che la nostra è una gran bella vita. Vuoi mettere la speranza,...la speranza di trovare... un posto. Farò l’impiegato, il comunale, il banchiere. E tu vuoi togliermi anche questo sogno».
«E ci penso sì. Ma... noi qualcosa dobbiamo fare. Lo so bene che tu ti arrangi a fare delle preparazioni, ma a me non pensi?»
«Preparazioni! Ho finito. Quei quattro studenti di matematica non vengono più. E poi pensi che mi pagano?
Ma no. Chi mi porta i pomodori, chi l’insalata, chi mi dà della stoffa per un vestito, e chi mi manda dei cornetti,che non sono neanche buoni. Soldi pochi o niente».
Pasquale smise di parlare. Ma, vedendo il viso di Enzo così ispirato, pensò che nella testa del professore stessero per entrare delle idee fantastiche.
Aspettò.
«Pasquale, ho pensato».
«Hai pensato. Era ora. Spero solo che non ti sia costato molta fatica. Aspetta. Prendo il fazzoletto. Hai la fronte tutta sudata».
«Ma lascia stare. Non vedi che è il sole. Vedi quanta umidità avevo in corpo. Oh, lo dico sempre io che l’elioterapia è una buona medicina».
«Allora, vuoi parlare. Che idea hai avuto?»
«Prendiamoci un caffè»..
«Un caffè. E i soldi».
«Sta entrando nel bar l’assessore. Approfittiamone. Facciamo finta di prendere qualcosa. Certamente lui... si metterà a disposizione».
Così fecero.
Pasquale e il professore entrarono nel bar, e l’assessore offrì loro il caffè. Scambiarono alcune parole: le elezioni,il sindaco, la giunta.
«Non si preoccupi assessore, sempre a sua disposizione» disse il professore, quando lasciò il bar.
Ritornarono a sedersi sulla panchina, miracolosamente lasciata vuota.
«Pasqua’![8]... Ma tu adesso che stai facendo? Non portavi le mozzarelle?»
«Le mozzarelle! Enzo, è un lavoro pesante. Mi dovevo alzare alle cinque. Non ce la facevo più. Ho lasciato».
«Ma chi ti capisce? Vuoi lavorare quando non lavori.Non vuoi lavorare quando lavori».
«È facile per te. Vorrei vederti. Vorrei vedere te a portare le mozzarelle. Mi dovevo alzare alle cinque del mattino,e a quell’ora fa sempre freddo».
«Eh, sì. Notte fonda. Eppure qualche volta devo provare ad alzarmi a quell’ora. Chissà com’è il cielo?»
«È meglio di no, senti a uno che ha già provato. È meglio restare a dormire».
«Hai ragione, Pasqua’. Io, per mia fortuna, sono previdente,...questo tipo di lavoro non lo cerco neppure. E poi non stiamo bene così? Qui ogni tre o al massimo quattro mesi si fanno elezioni. Non abbiamo un momento di pausa e tu vai a pensare alle mozzarelle. Stasera devo andare al congresso dell’assessore. Devo organizzare la campagna elettorale. Vieni anche tu. L’assessore paga bene. In fondo...che diavolo andiamo a fare a lavorare al Nord?»
«Ma io... intendevo un posto fisso, uno stipendio, una sistemazione...»
«Eh, un posto fisso!... Non è meglio così? Non è meglio...aspirare, sognare... che un giorno qualcuno ti darà
un posto fisso? Non è meglio stare così? In fondo vedi tu quanti pensieri ti devi mettere in testa: pagare l’Ici, pagare la sovrattassa, pagare l’una tantum, pagare la penale perché hai pagato in ritardo, pagare la tassa della salute.Controllare che quello che ti dà lo stipendio non abbia sbagliato a fare i conti. E invece noi che siamo? Chi siamo?Siamo... Nullafacenti!... Nullafacenti. Che bella parola,Pasqua’! Lo Stato ci deve aiutare, ci deve stare vicino, ci deve sovvenzionare. Siamo una razza in via d’estinzione.
Siamo specie protetta. È lo Stato che deve pagare, non noi che dobbiamo pagare. Capisci la differenza? In fondo siamo avvantaggiati».
«Ma che cosa stai dicendo? Alle volte non ti capisco proprio. È vero che hai una grande intelligenza, ma in questo tuo discorso non riesco a seguirti».
«E per forza, Pasqua’. Tu vedi solo il lato materiale della cosa e agli altri non ci pensi?»
«A chi dovrei pensare, ora?»
«Alle statistiche!… Dimentichi le statistiche, Pasqua’.C’è tanta gente al ministero che fa statistiche anche su di noi: al Sud 60% di disoccupati, al Nord 1.03%, al Centro 2.25 %. Noi produciamo lavoro. Se lavorassimo, tutta questa gente che farebbe?»
«I disoccupati!»
«Appunto. Hai capito, Pasqua’, quanto siamo importanti per la società?»
«A ben capire, se scompariamo, sarà una tragedia» disse Pasquale, pensieroso.
«E che tragedia. Gli impiegati delle liste di collocamento che fanno sempre graduatorie, che farebbero? E le
campagne elettorali? Vuoi mettere tutti quegli slogan: toglieremo la piaga della disoccupazione, daremo lavoro e sviluppo ai giovani del Sud. Questa fa sempre presa sulla gente ed è un ottimo slogan. Che altro si dovrebbero inventare i politici?»
«Hai ragione, professo’. Tu hai sempre ragione. Pensa un po’ a quanta gente manteniamo»
Ormai s’era fatta quasi l’una meno un quarto, ed era ora per loro di tornare a casa a mangiare. Poi nel pomeriggio un bel sonnellino, e verso le sette di sera uscita di nuovo in piazza con relativi incontri mondani.
Ma Enzo già stava pensando a cosa fare per fare un po’di soldi. Certo che i suoi progetti erano molto ambiziosi ed avrebbe avuto bisogno di un bel po’ di soldi per dar corpo alle sue idee megalomane. Lui studiava, studiava. Fantasticava. Poi vedeva l’impossibilità di realizzare la cosa,e lasciava tutto alla malora.
«È l’una, io mi sono stancato di stare qui. Vado a casa.
Allora, vengo stasera al congresso» disse Pasquale, che non si mosse però dalla panchina.
«Ma certo. Facciamoci queste elezioni. Incassiamo questi soldi. Poi ci sarà il referendum, o qualche altra elezione. Faremo i rappresentanti di lista. Prenderemo la diaria di disoccupati, e poi uscirà qualche altra legge che ci darà altri soldi. Senti a me, Pasqua’, siamo proprio fortunati a vivere in questo paese. Pensa te a che cosa vai a pensare... il lavoro. Quest’onere, Pasqua’, lasciamolo agli altri. Noi ci accontentiamo di vedere gli altri lavorare, e,senti a me, anche questa è fatica» disse il professore, prima di allontanarsi.
Pasquale rimase ancora un po’ seduto sulla panchina,vedeva il vigile che dirigeva il traffico. Un traffico, nonostante l’ora, molto intenso. Vedeva il vigile che si sbracciava,alzava le mani, faceva segnali per mandare avanti o indietro le macchine. Fischiava.
Pasquale si alzò dalla panchina. Prese il fazzoletto dalla tasca e si asciugò la fronte.
«Ha ragione il professore: guardare gli altri lavorare è già una bella fatica» disse tra sé e sé, mentre si avviava.

























2  Alla ricerca del... posto

Quella mattina Enzo si svegliò presto: erano le otto. Giulia, la sua fidanzata, tramite un’amica, era riuscita ad avere un appuntamento con l’assessore provinciale Michele ’o bit. Per questo motivo non poté fare come tutte le altre mattine. Nessuno lo venne a chiamare. Fece tutto un po’ di fretta: la doccia, la barba. Il tempo recuperato l’avrebbe impiegato per fare  colazione in santa pace. Si meravigliò nel vedere sul tavolo le fette biscottate e un barattolo di marmellata al gusto di ciliegia. Naturalmente c’era anche il burro. Concetta s’era lasciata sfuggire qualche parola di troppo con la signora Folea sui gusti del professore. Così Sabrina le aveva dato due barattoli di marmellata, oltre alla busta di caffè che le dava saltuariamente.
«Ah, bene! C’è anche la marmellata. Chi te l’ha data?»chiese sorpreso.
«L’ho comprata ieri sera dal salumiere» rispose Concetta, mentendo.
Il professore prese il giornale La Repubblica e diede uno sguardo fugace alla prima pagina; poi lo ripiegò e lo mise da parte.
Era teso per questo colloquio con l’assessore Michele:era in gioco il suo futuro. Bevve dalla ciotola il latte caldo mischiato a caffè. Aprì il barattolo di marmellata e incominciò a spalmarla sulle fette biscottate. Nonostante il rumore del motore delle macchine per cucire continuò a mangiare. Non ebbe alcun senso di stizza. Stava imburrando le fette biscottate, quando il telefono squillò.
Rimase in stop, con la fetta biscottata in una mano e nell’altra il coltello. Fece il gesto di alzarsi, ma sua madre con una mano gli fece segno di non muoversi. Poteva continuare a mangiare. Sarebbe andata lei a rispondere al telefono. Enzo non doveva in alcun modo essere disturbato.
Era Giulia.
Concetta le disse di chiamare più tardi, ma Enzo aveva sentito.
«Vengo, mamma. Dille che sto arrivando» gridò, dato che il telefono si trovava nel corridoio, abbastanza lontano dalla cucina.
Il telefono era di colore nero, di tipo spartano, forse degli anni trenta. Uno dei suoi studenti glielo aveva regalato,ritenendolo ormai obsoleto. Quello che avevano avuto dalla Sip non funzionava molto bene. Non avevano tentato neppure di farlo riparare, considerato la spesa che avrebbero dovuto affrontare.
Concetta, se avesse avuto di fronte Giulia, di sicuro l’avrebbe incenerita con lo sguardo. Non la sopportava per questa sua mania di chiamarlo sempre al telefono.
Non era una sua proprietà privata. Lei sapeva che il fidanzato s’era dovuto alzare prima quella mattina e che aveva perso delle ore preziose di sonno.
Che lo chiamava a fare?  compra il disoccupato-doc-
ADIOS COMPAGNERO!


[1]  Scena iniziale della commedia «Natale in casa Cupiello.
[2]  Croissant
[3]  Giuseppe, lo sporco.
[4]  Non una volta e basta, ma sempre.
[5]  Galeotto
[6]  Dongiovanni
[7]  Con cicatrice sulla faccia.Per dire di un uomo duro.
[8]  Pasquale

sabato 27 settembre 2014

LA BELLEZZA DI MARIA GRAZIA CUCINOTTA




La Cucinotta si sa, è bella ma non solo.Ha fascino,talento ed è sessualmente attraente. A questo aggiungiamoci il senso della famiglia, l'amore per la figlia e l'amore per il marito. Mai sopra le righe, sempre misurata,accorta e ...nessun scandalo da star system. Non ne parliamo poi se dovesse mostrarsi nuda . E' un suo princIpio, una sua etica e su questo non possiamo farci niente. Però io non lascerei passare il tempo sulla mia bellezza, che si sa ,svanisce, si appesantisce e scompare. Vedi la Bardot. La Cardinale l'ha fatto non completamente, diciamo che è stata colta in un momento di distrazione. Anche la Garbo l'ha fatto, seconda l'intervista rilasciatami (tratto da l'interviste alla storia parte II:
“ Ha mai posato nuda? C’è qualche suo film con lei nuda in giro?”
Greta arrossisce. Si porta la mano sulla bocca per impedire di dire una parolaccia. Poi, per calmarsi prende dalla tasca il pacchetto di sigarette. Ne prende una e l’accende. Uno, due, tre boccate poi…
“ Sì. Ci sono delle foto e qualche film. Saranno state vendute a qualche rigattiere che le avrà perse. Oh, non ci sarebbe nulla di male. La nudità fa parte della persona, anche se è la società che gestiste le regole. Oggi da voi sulle riviste non si vede una donna vestita. Sono tutte nude. Per voi è la normalità, nella nostra epoca vedere solo il seno di una donna era uno scandalo mondiale”
“ E’ vero. E’ così. Ad ogni tempo il suo tempo. Pensi quando possano valere oggi quelle sue foto nude”
“ Lei dice. Non ne sarei tanto sicura o forse sì: vedere la Garbo nuda potrebbe fare un suo effetto. Ma lasciamo perdere. Ormai la vita è andata ed è tutto passato”
Silenzio.

Lei dovrebbe farlo Maria Grazia, magari fotografata da suo marito o da qualche persona di cui ha piena fiducia.
Di sicuro non riusciremo a vedere il suo corpo, ci accontenteremo delle sue forme, delle sue movenze , del suo sorriso, delle sue parole e faremo fatica a vedere il suo sfiorire anche perchè lei rimarrà così anche a settantanni.
Comunque la bellezza è la bellezza, e non c'è altro da dire.
non ti dimenticare di leggere buy,compra
Hasta la vista, compagnero
Castello di teverolaccio, Succivo

domenica 21 settembre 2014

SE PERMETTETE ,ECCOVI L'ASCENSORE!

Adesso vi potete leggere uno stralcio dell'ascensore.Un thriller senza eguali. Sarà per voi difficile prendere un ascensore dopo aver letto questo stralcio che resterà online-
BUON DIVERTIMENTO! 

L'ascensore . Boston By: Raffaele CrispinoL'ascensore tardava ad arrivare. Fratta incominciò a spazientirsi.
Da quando tempo stava lì fermo ad aspettare?
“Ascensore! Ascensore! Volete lasciar libero questo maledetto ascensore?”, gridò, sorpreso lui stesso per aver avuto quella reazione così sproporzionata.
Prima non aveva mai perso le staffe, lui che era un uomo dabbene e educato.
George si accorse di aver dimenticato la borsa nella macchina, ma non volle andare a prenderla.
C'era molto silenzio in quello stabile, si sentiva solo il rumore del vento e ogni tanto il rumore forte di qualche saetta che veniva giù dal cielo.
Sembrava che in quello stabile ogni piccola attività umana si fosse fermata.
Nessuno scendeva dalle scale o faceva rumore.
Non c'erano le grida festose dei bambini, neanche gli animali davano un segno vivente. Niente...non si sentiva assolutamente niente.
Fratta voltò le spalle all'ascensore. Avvertì l’assenza totale di rumore. Era perlomeno strano.
Quando si rigirò, vide l'ascensore già con le porte aperte; non aveva avvertito il suo arrivo.
“Ah... finalmente!”, esclamò mentre entrava nella cabina.
George si fermò di colpo, come se fosse stato preso da chissà quale presentimento.
Aveva paura.
Paura di cosa?
Cosa lo aveva spaventato?
La luce... Sì, era stata la  luce che stava all'interno della cabina, che lo aveva fatto di colpo fermare.
Era quel silenzio che lo spaventava, e l'ascensore si era presentato senza fare alcun rumore.
Strano! Era tutto così strano.
Eppure era l’ascensore che aveva preso tante volte.
Perché allora Fratta aveva paura di entrare?
Cosa mai gli poteva succedere?
Ma ai suoi occhi, l’ascensore aveva qualcosa di sinistro e diabolico.
“ Sto incominciando a dare i numeri. Adesso ho paura perfino di entrare in un normale ascensore. Mi sa tanto, mio caro George, che faresti bene ad andare da un buon psicologo per una controllatina al cervello”, si commiserò.
Quando mise il piede nel vano della cabina, George sentì un rumore.
Cos'era?
Era il pianto del bambino della signora del primo piano.
Si rincuorò nel sentire quel grido di vita ed entrò deciso.
Quello era un ascensore lento con velocità di 0,4 m/s; la cabina era molto spaziosa e vi potevano agevolmente entrare più di cinque persone, da un lato della parete dell’ascensore c’era uno specchio grande, azzurrognolo, all’altro lato c’era la pulsantiera e sopra in alto la luce.
Quella luce era forte, abbagliante. A George sembrò di vedere attraverso la lamiera, le mura della tromba dell'ascensore.
Quando schiacciò il pulsante numero tre, gli sembrò di aver toccato il capezzolo di una donna in carne.
Ritirò impaurito la mano, poi capì che si stava lasciando suggestionare: tutte quelle stranezze erano da addebitare alla giornata stressante che aveva avuto.
Aspettò che la porta si chiudesse ma non succedeva niente.
Sentì per l'ultima volta il pianto del bambino, poi più nulla.
Si spaventò, poi si rassicurò nel sentire il caratteristico rumore del motore che si metteva in moto; silenziosamente le due parti della porta della cabina incominciavano a muoversi l’una verso l'altra. Quando si toccarono ci fu un grande rumore.
Ora l'ascensore poteva finalmente iniziare la sua corsa.
Dove stava andando George?
A casa! Stava tornando da sua moglie Susan. Era in un l'ascensore, non in un treno per destinazione l'inferno.
George si guardò allo specchio per impegnare quei pochi secondi, che l'ascensore avrebbe impiegato per arrivare al terzo piano.
Si aggiustò la cravatta e si passò una mano nei capelli.
“Stai invecchiando mio caro... George. Guarda che occhiaie e quanti capelli bianchi”, imprecò contro se stesso a bassa voce.
George era longilineo e aveva le spalle larghe ,era un po' scuro di carnagione e aveva gli occhi a mandorla. Non era giapponese.
Che cosa stava accadendo?
Perché l'ascensore impiegava tanto tempo per arrivare al 3° piano?
Erano già passati più di cinque minuti che lui era entrato in quella maledetta scatola metallica.
L'ascensore continuava a salire, non si fermava mai, anzi la sua velocità aumentava sempre di più fino ad arrivare a 7 m/s.
Com'era possibile?
Di colpo ci fu una veloce decelerazione e alla fine l'ascensore si fermò. Fratta aveva notato che  andava troppo veloce, mai però avrebbe immaginato che l'ascensore fosse andato a quella folle velocità. La luce della cabina improvvisamente si spense: era mancata la corrente.
L'uomo, immerso nel buio più totale, sentiva il frastuono del violento temporale, che si stava scatenando fuori, e quasi vedeva con la mente i fulmini che cadevano giù.
“ Ci voleva pure questo! Accidenti! Speriamo che non si sia rotta la centralina di erogazione elettrica, altrimenti qui si farà davvero notte”, pensò, ostentando un certo disappunto per quanto gli era capitato.
Alla cieca si avvicinò al quadrante dei pulsanti e tentò di premere il pulsante del campanello d'allarme. Non vedeva niente. Non poteva neanche cercare nelle sue tasche dei cerini o un accendino, considerato che non fumava.
Allora incominciò a premere tutti i pulsanti nella speranza di sentire il suono forte del campanello d'allarme.
Non si sentì alcun suono.
Che cosa stava accadendo in quel maledetto ascensore?
Stava per perdere la pazienza; fino a quel momento era rimasto calmo e lucido, ma ora una paura sottile e pungente lo stava prendendo. Era disperato. Sentì il sudore freddo e intenso bagnargli la fronte.
Avvertì qualcosa allo stomaco. Un dolore. Per fortuna sparì subito.
La luce ritornò quasi per incanto e, senza che George facesse nulla ,l'ascensore incominciò lentamente a muoversi.
“ Dove diavolo va?”, urlò. L’ascensore andava molto veloce. Cercò di fermare quella folle corsa. Premendo ripetutamente il tasto di stop.
Lui non riusciva a fermare quella folle corsa; era disperato.
Batté i pugni con forza sulla lamiera della cabina, gridando con rabbia e paura.
“Maledetto! Fermati, per Dio!”
Inspiegabilmente l'ascensore si fermò.
A George sembrò quasi impossibile che ciò accadesse. Rimase in piedi. Appoggiato alla parete metallica della cabina, aspettò con trepidazione che la porta si aprisse automaticamente.
Passarono cinque minuti ma la porta rimaneva ancora chiusa.




CAPITOLO  3


Si avvicinò alla porta di casa, tremante per la paura. L’aveva scampata bene.
Prese la chiave dalla tasca e tentò d'infilarla nella toppa, ma non vi riusciva.
Se non si fosse calmato, non sarebbe mai riuscito ad aprire la porta .Forse faceva prima a suonare il campanello.
La chiave scivolò dalle mani e cadde a terra.
Mentre si chinava per prenderla, urtò con il ginocchio la porta e solo allora s'accorse che questa era aperta.
Entrò  in punta di piedi. George cercò di darsi un'aria più serena: non voleva spaventare sua moglie, né tanto meno farle capire quello che aveva passato.
“Susan, amore mio. Sono tornato. Sono io, George”, disse con voce allegra mentre poneva il cappotto sull'attaccapanni.
Nessuno rispose.
Era strano quel silenzio, come se tutto intorno fosse morto. Vide la luce accesa nella cucina e pensò che sua moglie fosse lì ad aspettarlo; fece appena tre passi che si rese conto che quella non era casa sua.
In quale casa era capitato?
Come aveva fatto a sbagliare?
Doveva andare subito via o lo avrebbero scambiato per ladro. Lui non era neanche in grado di spiegare come fosse capitato lì.
George si voltò per guadagnare l'uscita.
Buio.
Dove era quella maledetta uscita?
“Oh, Dio! Non vedo la porta! Non riesco a trovarla”, pensò in quei pochi attimi in cui si rese conto di aver smarrito la strada.
Fece alcuni passi nella direzione dove pensava di trovare l'uscita, ma da quella parte c'era solo buio e lui si ritrovava sempre nello stesso posto.
Ora cosa avrebbe fatto George?
“Susan, amore mio. Sono George. Sono tuo marito”, implorò con le lacrime agli occhi.
Era disperato. Aveva perso in un sol colpo tutta la sua sicurezza.
Forse s’era sbagliato.  Susan  da un momento all'altro le sarebbe corso incontro,  lo avrebbe abbracciato e baciato.
Ma tutto questo non avveniva.
Lì non c'era Susan.
C'era solo la luce; una luce abbagliante che tentava di fuggire dalla stanza, che cercava di avvolgerlo e di trascinarlo via.
La luce. Era l’unica cosa viva mentre intorno a lui c’era buio e morte. Doveva andare incontro alla luce, forse avrebbe trovato la salvezza. Avanzò lentamente  e entrò nella stanza.
Ma lì non vedeva nulla per l’intensa luminosità.
Si mise una mano sugli occhi per proteggersi e per cercare di vedere se lì ci fosse qualcuno.
“Sono George...George Fratta. Vi prego, chiunque voi siate, aiutatemi. Fatemi tornare a casa. Mia moglie mi sta aspettando”,  implorò.
Avvertiva la presenza di qualcuno. Attese che rispondesse.
“Ti stavo aspettando ,George...E' da tanto tempo che ti aspetto. Avvicinati. Non avere paura”, s'udì una voce femminile, calda e sensuale.
George ebbe un colpo al cuore quando sentì quella voce, poi si rincuorò: in quella stanza c'era una donna. Non la vedeva perché la luce era intensa e luminosa, poi  intravide una figura amorfa a pochi passi da lui.
Quando la luce si attenuò poté vedere in che posto era.
La stanza era enorme; aveva le pareti di vetro ma erano così distanti da lui che pensò che quella stanza non avesse pareti.
Al centro c'era un'enorme tavola di marmo nero; doveva essere lungo più di dieci metri.
Con stupore vide che la tavola non aveva alcuna base d'appoggio, non aveva le gambe.
E non era ancora finito il suo stupore quando vide sospesi nell'aria tre recipienti al di sotto dei quali si trovavano tre fuochi, che uscivano dal nulla.
Come era possibile tutto ciò?
In quale posto infernale era capitato?
E poi chi era quella figura che aveva davanti a sé?
Era una donna?
Sì. Era una bellissima donna; una donna così bella che lui nel corso della sua vita non l'aveva ancora vista.
“Chi sei? “,chiese, sconvolto e nello stesso tempo felice di trovare qualcuno lì.
 “ Io…sono la donna che tu hai sempre cercato e desiderato. E’ da tanto tempo che ti stavo aspettando. Ma tu non venivi. Non riuscivi mai a trovare la strada che portava a me. Ora sono felice perché finalmente sei qui. Sei davanti ai miei occhi”, disse con voce calda e così tenue che George a malapena riuscì a capire quello che diceva.
Lei stava in piedi vicino a quel grande tavolo di marmo nero, quasi a cinque metri da lui ed era bella.
Bella e diabolica.
Indossava un abito nero, lungo e aderente, con una scollatura ampia che si vedevano i seni quasi fino ai capezzoli.
E i capelli li aveva neri e gli occhi erano di un azzurro chiaro accecante e le labbra rosse e carnose.
George pensò che il vestito che la donna indossava non dovesse essere di stoffa né di seta; doveva essere fatto di qualche speciale sostanza che lui non riusciva a catalogare.
La guardò negli occhi e ne rimase affascinato, quasi stregato. La desiderava.
Qualcosa dentro di sé gli gridava di andare via, di non farsi ingannare da tutte quelle apparenze, di fuggire.
Nonostante pensasse che avrebbe trovato qualche soluzione, che avrebbe trovato un modo per sfuggire a quel malefico inganno, non riusciva a fare altro che mangiarsela con gli occhi. George sentiva che il desiderio dentro di sé aumentava sempre di più con il passare dei minuti.
Chi era quella donna?
Che nome aveva?
Che ci faceva in quel posto?
Domande e domande senza risposte.
“Oh Dio! Perché rimango in questa casa? Devo fuggire, devo andare via. Devo sfuggire a questa magia che mi sta avvolgendo, che mi sta lentamente prendendo la mente”, pensò, svegliatosi quasi di colpo da quello stato di abulia e annebbiamento mentale in cui era caduto.
Nonostante questi lampi di lucidità mentale, non riusciva a fare altro che rimanere lì, in piedi davanti a quella donna.
Lei s'accorse del suo turbamento. Allargò le braccia verso di lui e, con un sorriso dolce e accattivante si avvicinò.
“George...Non fare così. Non avere paura. Vieni,...vieni tra le mie braccia. Avvicinati. Non avere paura. Vedi... quanto sono bella? Io ti farò dimenticare quella vecchia donna di tua moglie che ad appena trentacinque anni è già così vecchia e cadente. Ti scalderò il cuore e ti farò bere latte di piacere dal mio seno”
George si sentì disturbato dal linguaggio così volgare. Provava disprezzo per quella donna che però nonostante tutto sentiva sempre più sua.
Perché nominare sua moglie?
Sì, era vero. Susan non era bella come prima, la malattia le aveva rovinato il corpo e la mente.
Cosa centrava lei?
“Ti scalderò il cuore”, continuava a dire la donna. George da un lato la odiava per il modo in cui si esprimeva, dall'altro rimaneva affascinato dalla sua prorompente sessualità.
“Chi sei? Qual è il tuo nome?”, chiese George, avvicinandosi ancor di più.
Lei lo guardò per un attimo, poi gli volse le spalle e si allontanò.
“Siediti, George. Siediti! Ti dirò ogni cosa “
Fratta cercò una sedia, anche se era sicuro che in quella stanza non c'era ;poi ne vide una materializzarsi davanti ai suoi occhi.
Si mise a sedere; era stanco e aveva lo sguardo perso. Aspettò che la donna dicesse una parola.
Questa si avvicinò fino ad arrivare con la sua bocca a pochi centimetri dalla sua tanto che sentì il caldo respiro sfiorargli la faccia.
“Vuoi sapere il mio nome, George? Non sai ancora come mi chiamo? Io sono Susan, questo è il mio nome ma tutti mi chiamano Angel”
La donna, dopo avergli fatto quasi assaporare le sue labbra, si allontanò.
“ Susan! Allora tu sei mia moglie. Dimmi che diavoleria hai fatto per trasformarti così. Susan, amore mio. Non farmi più soffrire. Lo vedi tu stessa come sono spaventato “,disse George con voce sicura.
Aveva trovato una spiegazione logica a quello che gli stava capitando.
Ma le cose strane e impossibili continuavano a verificarsi in quella casa funesta.
La luce lentamente incominciò ad affievolirsi fino a esaurirsi del tutto e a concentrarsi negli occhi di Angel. Lei emetteva quella luce abbagliante.
Questo strano fenomeno incominciò a minare ancor di più il suo precario stato psichico.
Ora aveva paura. Una paura violenta e sottile si stava impadronendo della sua mente e lo stava distruggendo.
Il cuore gli batteva forte. Sempre più forte tanto che lo sentì quasi fuori dalla carcassa.
George cercò in ogni modo di frenare quel battito pazzesco che aveva al cuore; si mise le mani sul petto ,ma il suo cuore continuava a battere.
“No. E’ tutto un sogno. Non aver paura George che tutto questo che ti sta capitando non è altro che un sogno. Vedrai che fra poco ti sveglierai e troverai accanto a te tua moglie”, ripeteva a voce alta nel tentativo di frenare quella pazza pulsazione del suo cuore.
George non si svegliava. Sua moglie non gli diceva che la giornata era splendida, non gli portava il caffè a letto, come faceva da un paio di giorni. Lui non sentiva la sua voce, vedeva solo la luce. Sì, quella luce era l'unica cosa che esisteva.
“ George, calmati! Così morirai presto. Non devi avere paura. Non devi avere paura del buio perché io illuminerò la tua esistenza così tetra e insignificante con il mio amore”, lo rassicurò Angel che gli voltò di nuovo le spalle.
George si alzò come un automa, non sapeva neanche lui quello che faceva in quel momento; chissà forse voleva scrollarsi di dosso quella magia, forse voleva fuggire. Sentiva le sue gambe agili e scattanti, pronte per una fuga.
S’accorse che ad ogni passo che faceva gli spazi si aprivano. Fece pochi passi e la grande vetrata si trovò a pochi centimetri dalla sua testa.
Ora poteva vedere la città attraverso quei grandi vetri azzurrognoli. Davanti ai suoi occhi c’era tutta la città.
Ma quale era il nome di quella città? Lui non la conosceva.
“Oh, Dio! Questa non è la mia città” gridò ,voltandosi a guardare la donna e cercando nel suo volto qualche spiegazione logica.
George Fratta alternava dei momenti di fredda e logica lucidità ad altri in cui la sua mente naufragava tra i flutti di un mare tempestoso.
“Io sono la tua salvezza. Ricordalo bene”, l’ammonì con voce grave e imperiosa; poi, avvicinandosi, continuò con voce calda e affettuosa.
“E' la tua città, George! Questa è Boston. Non la riconosci? Noi siamo al 40° piano. Sì, lo so a cosa stai pensando. Stai pensando alla tua casa. In questo posto c’era un vecchio stabile di cinque piani. E' stato buttato giù quindici anni fa. Ma come! Non riesci a ricordare neppure questo?”
Angel, quando fu abbastanza vicino, abbassò le spalline del vestito in modo che i seni belli e sodi potevano apparire in tutta la loro bellezza.
“Toccami. Non avere paura. Assaggia la mia carne. Metti la tua bocca sul mio seno e assaggia il latte del piacere. Con me non farai solo questo, non farai come con quella piccola e stupida prostituta nera. Perché io non darò solo il mio corpo in pasto ai tuoi desideri più bestiali e nascosti, ti darò anche amore”
George non capiva o non voleva capire.
Come diavolo quella donna sapeva così tante cose sulla sua vita?
In che strana magia era incappato?
Rimase immobile, in stato d'ipnosi ,ad ascoltare quello che Angel diceva.
Questa lo prese per  mano e lo accompagnò vicino al tavolo di marmo nero.
“Siediti! Non ti devi affaticare

HELLO MY FRIEND! SEGUI IL LINK GO AND BUY

mercoledì 17 settembre 2014

VANESSA ALL' ISOLA PER UN ALTRA VITA



Questa volta parliamo di Lei, Vanessa, bella, solare, fascinosa, questa volta parliamo di Ponza bellezza, Romantica, E poi ci sarà mai un'altra vita? Cotroneo dice di sì, CH TORRINI è una garanzia ma c'è qualcosa che non va in questa fiction televisiva, La storia è un po' debole e non credibile anche se dalla vita dobbiamo aspettarci di tutto. Una donna con tre figlie con un età a scalare lascia Milano e se ne va a Ponza. Forse è proprietaria di una bella villa nell'isola?No. Ha fatto domanda e vedi un po' ha trovato un posto libero di medico nell'isola. Sarà di certo una raccomandata. Anche i miei amici alla domanda come hai fatto a trovare questo posto di lavoro a Napoli, rispondono: ho fatto la domanda. Certo, domANDA CONDITA DI RACCOMANDAZIONE EXTRAGALATTICA. Altro tasto dolente la recitazione. Diciamo che la bellezza di Vanessa Incontrada oscura la sua  recitazione. Vanessa non è espressiva, non è carismatica, alle volte sembra che reciti in un' orfanotrofio. E gli attori , tranne l'amico di Montalbano, sembrano tutti delle belle statuine. senza espressioni, senza patos. La regista CH ci ha messo del suo, è colpevole perchè non ha corretto le imperfezioni espressive di Vanessa Incontrata. Guardasse Vittoria Puccini. Noi amiamo Vanessa e vorremo tanto 
che imparasse a recitare ma ci vuole tempo. Intanto vediamoci la seconda puntata...non si sa mai.
A VANESSA INCONTRADA consiglio di leggere Un-anno-un-giorno-Raffaele-Crispino
A CH TORRINI obbligo di leggere frequenza di contatto

ADIOS COMPAGNERO, 
TRULAZZO SUCCIVO CE
copywrite 2014 citare la fonte

venerdì 12 settembre 2014

PER I MIEI SEGUACI ITALIANI E STRANGERS

VOLEVO COMUNICARE CHE  E' UN OFFERTA IMPORTANTE COMPRARE QUESTI LIBRI AUTOGRAFATI COME RENZI con i suoi aeroplani anch'io VENDO CON L'OBBIETTIVO DI ARRIVARE A 80 EURO SALUTI AMIGOS




ARTEMIO THE MONK E variazioni

Eccoci di nuovo. Un estate turbolenta con piogge a raffica, sole splendente e uragani in miniatura. L'Italia ce la farà. Noi speriamo di sì ma non pensavamo che fosse così inguaiata.  Servono i soldi per la benzina, per le riparazione. RISPARMIARE, RISPARMIARE RISPARMIARE. TAGLIARE TAGLIARE TAGLIARE. Volete comprare una caserma su una montagna dove c'è il sole o una scuola abbandonata ma solida se ne potrebbe ricavare un bad and breakfast. Non ci sono compratori. SPENDETE, in fondo vi ho dato 80 euro al mese.In fondo sono sempre quasi 1000 euro all'anno.
Io vi aspetterò sulla soglia o mi metterò sulla riva del fiume ad attendere il cadavere del mio nemico. Questo farò e non spenderò gli 80 euro anche perché non li ho mai ricevuti. Addà passà a nuttata ( diceva eduardo) ma questa non è una nottata ma una notte polare. Intanto me ne andrò in montagna. Lì riuscirò a vivere, senza frigorifero, senza macchina, e senza radio e televisione. Mi basterà vedere da lontano tutti voi. Quando vi vedrò fiorire, allora scenderò come nel DECAMERONE. Nel frattempo vi consiglio di leggere questi ebook 
/Artemio-Monk-Venus-Mars-Volume/dp/1494970929
artemkio il monaco
adios compagnero